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Cortandone, immagini d'altri tempi

Cortandone, immagini della memoria.
Excursus fotografico nella prima metà del XX secolo di Michela Gobbo

Panorama, cartolina in fototipia, primo decennio del '900 (collezione privata)Ogni invenzione è condizionata, da una pane da una serie di esperienze e di conoscenze anteriori, dall'altra dai bisogni della società. Nell'Ottocento, la conoscenza dei fenomeni e dei processi naturali divenne la preoccupazione maggiore sia dell'arte sia della scienza. Il desiderio di riuscire ad ottenere una copia matematicamente esatta della realtà, spinse numerosi uomini a sperimentare tecniche che consentissero di fissare in modo permanente le immagini fino ad allora effimere della camera oscura, ovvero di quello strumento ottico che i pittori "vedutisti" utilizzavano per ottenere realistiche ispirazioni ai loro quadri.

La fotografia viene ufficialmente inventata dal francese Daguerre nel 1839. Non è un caso che la nuova scoperta venga fatta proprio in Francia in un momento in cui la rivoluzione industriale sta apportando grossi cambiamenti di carattere sociale, economico e culturale. La scoperta della fotografia sembra proprio una risposta alle richieste dell'emergente classe borghese, ai suoi desideri e bisogni di conoscenza, di accelerazione della riproduzione, di realismo scientifico e di autocelebrazione. L'accrescimento del benessere materiale e l'ascesa sociale e politica fecero crescere il bisogno di farsi vedere, di farsi ritrarre per prendere coscienza di sé. Il ritratto fotografico, nei primi anni del secolo scorso, costituisce la più antica utilizzazione popolare della fotografia.

Nei propri atelier i fotografi offrivano ritratti di bambini, giovani e bellissime donne , sposi, eleganti signori, tutti desiderosi di far sopravvivere la propria immagine alla propria morte, di garantirsi uno spazio nella memoria dei posteri, quasi un frammento d'eternità. La foto di famiglia rappresentava quasi un rito sociale per il quale investire tempo e denaro. Quando ancora la macchina fotografica era un oggetto complicato da utilizzare e costoso da possedere ci si recava nello studio del fotografo per farsi ritrarre, con addosso l'abito più bello, rigorosamente raggruppati e disposti secondo bizzarre gerarchie famigliari; si posava trattenendo il respiro e fissando l'obbiettivo per immortalare un simbolico momento di com pattezza. Negli album di famiglia, che dai primi anni del '900 divengono un'istituzione, accanto alle foto di famiglia si trovano le "carte de visite" così chiamate per la loro somiglianza, nel formato, con i comuni biglietti da visita. Come ritratti hanno scarso valore artistico, infatti il fotografo era certo più interessato a produrne il maggior numero possibile per aumentare i propri guadagni piuttosto che a far emergere la personalità del modello, ma come documento d'epoca esercitano fascino ed interesse. Con le "carte de visite" il sistema di produzione della fo- to diviene meccanico e ripetitivo, quasi industriale.

Le foto cominciano a costare poco, sono fatte in poco tempo e so no accessibili a tutti. Le foto conservano la memoria visiva di eventi e accadimenti, di contesti socioculturali scomparsi, ci danno indicazioni sull'attività produttiva di un luogo in un dato periodo storico, ci consentono di ottenere il ritratto di una città. Ogni cosa nella città fa pane della sua storia: il suo corpo di mattoni, di pietra, di vetro, di legno, il respiro delle sue donne e dei suoi uomini; strade, scorci, panorami, gente che lavora, gente che vive la vita famigliare, gente che si diverte. Riguardando una foto, anche dopo molto tempo che questa è stata scattata, si scoprono cose nuove, talvolta appaiono sugli edifici date o si scoprono sui muri manifesti. Ogni documento fotografico rivela l'impronta di chi si trovava dietro la macchina al momento dello scatto e che decidendo cosa e come inquadrare esprime il proprio gusto, la propria coscienza e la propria cultura: tutto dipende da chi ha azionato l'apparecchio, a lui va il merito del prodotto finale. Ciò fa sì che le fotografie siano sempre un'interpretazione del mondo, nonostante la fredda meccanica usata per produrle. La foto è una sorta di prova, necessaria e sufficiente che attesta senza dubbio l'esistenza di ciò che fa vedere. Se la pittura può simulare la realtà senza averla vista, nella fotografia non è mai possibile negare che la cosa è stata lì, davanti all'obiettivo.

La fotografia è una traccia, un'impronta lasciata sulla pellicola dai raggi luminosi emanati da qual- siasi componente della realtà; come l'abbronzatura è traccia dell'azione del sole su di una superficie sensibile, l'epidermide. La fotografia ha il potere di riportare sotto gli occhi di un uomo nel presente qualcosa che è esistito nel passato. E da questo potere che deriva il senso di nostalgia che la maggior parte delle fotografie provoca in noi. Il linguaggio parlato da un'immagine è anche quello di chi la guarda e non solo quello di chi la realizza. La fotografia può essere letta dall'osservatore in due modi: per il suo significato "primo" o denotazione e per il suo significato" secondo" o connotazione. Il significato primo di una foto è qualcosa su cui c'è poco da discutere: se è a colori o in bianco e nero o se è una foto di un uomo o di una donna; il significato secondario invece è l'altro modo di leggerela che è collegato al "testo" che ognuno di noi osservatori ha in testa e che dipende dalla sua cultura, dalla sua esperienza e sensibilità. Le nuove tecnologie visuali, hanno modificato la qualità del nostro sguardo.

 

Pubblicazione a cura di Laura Sabrina Pelissetti - Testi di A.Brunetto,G.M. Goria, M. Gobbo Progetto grafico: Simona Guercio